La polizia:
"E' morto di overdose". I testimoni: "No, lo hanno pestato loro!"
VERITA' PER FEDERICO
ALDOVRANDI!
Articolo di Cecchino
Antonini
NEGLI STADI:
Noi
negli stadi da anni viviamo sulla nostra pelle i soprusi ed i comportamenti
immorali e spesso criminali di forze che si definirebbero a tutela dell'ordine e
della giustizia.
Poi il G8 e le proteste vibranti dei media stranieri (i nostri sono al soldo
dello stesso datore per poter denunciare...) portarono alla ribalta le violenze,
le brutalità, uno Stato non più democratico ma di Polizia.
Davvero è il caso di matricolare certi "assassini" e renderli uguali di fronte
alla legge come lo dovrebbero essere tutti i cittadini. Davvero è il caso di
porre fine a questa impunità e a questa vergognoso silenzio connivente delle
istituzioni che celando il silenzio sulle malefatte di corpi armati, corpi
segreti non fanno che dare ragione a quanti denunciano il ritorno di un nuovo
periodo di piombo, di una nuova ondata di violenza di statale.
Il caso di Paolo non è un caso isolato: davvero "Non ne possiamo più..."
Leggete ed inorridite!

<<Un
diciottenne muore a Ferrara pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia
dalle parti dell'Ippodromo. I giornali locali, a caldo, scrivono di un malore
fatale, sembrano alludere a un'overdose. Ma subito saltano fuori particolari
inquietanti e contraddizioni. La versione suggerita dalla questura fa a pugni
con la relazione di servizio della squadra mobile. E chiunque vedrà il corpo del
giovane non riuscirà più a credere a una sola parola della versione ufficiale.
Quello che stiamo per raccontare è successo all'alba del 25 settembre. Una
domenica mattina. Ma la vicenda ha oltrepassato da pochissimi giorni le mura
della città. Da quando la madre del ragazzo, dopo mesi di inutile attesa della
relazione medica, ha deciso di aprire un blog e raccontare i propri dubbi.
Federico Aldrovandi aveva 18 anni, li aveva compiuti il 17 luglio. Viveva a
Ferrara, periferia sud, zona di Via Bologna, avrebbe preso la patente la
settimana successiva, studiava da perito elettrotecnico, suonava il clarinetto,
faceva karate, era un mezzo campione vincitore di molte coppe, bravo in
matematica e meno in inglese, impegnato in progetto con Asl e scuola per la
prevenzione delle tossicodipendenze. Era un salutista, leggeva le etichette di
quello che mangiava. E il sabato sera, con gli amici, andava spesso a Bologna: è
lì che ci sono locali, concerti, centri sociali. Così era successo anche quella
volta. Erano stati al Link, il concerto reggae era saltato ma la serata era
filata via tranquilla. E' vero, Federico aveva preso qualcosa: uno "sniffo" di
roba esilarante (una smart drug, naturale e non proibita) più un "francobollo"
di Lsd. Nel suo sangue sono state trovate tracce di oppiacei e chetamina, poca
roba, però. Nulla che giustificasse un'overdose o un comportamento aggressivo. E
poi lui non era proprio un tipo aggressivo. La madre, gli amici, il parroco del
quartiere, nessuno lo descrive come è stato descritto dalle veline di Via Ercole
I D'Este, dove sta la polizia, e dalle dichiarazioni alla stampa. Erano appena
passate le 5 quando il gruppo, tornato a Ferrara, si separa da Federico che
decide di fare l'ultimo tratto a piedi, per rilassarsi, è ancora estate, si
cammina volentieri. Andrea, Michi, "Burro" e gli altri non lo avrebbero rivisto
più.
A questo punto comincia la versione della polizia. Il "contatto" avviene alle
5.47. Una volante sarebbe stata avvertita da una donna abitante in Via
Ippodromo, preoccupata dalla presenza di un ragazzo che, forse, camminava in
modo strano, forse cantando. Magari farneticava pure, come diranno gli agenti
che dicono di averlo fermato e qualche minuto dopo, alle 6.10, avrebbero
chiamato il 118.
Otto minuti dopo l'ambulanza lo trova già morto, a terra, con le manette ai
polsi, a un passo dal cancello del galoppatoio. Non ci sono i margini per la
rianimazione. Qualcosa o qualcuno ha causato l'arresto respiratorio che poi ha
bloccato per sempre il cuore del ragazzo che camminava da solo, disarmato, che
era incensurato, non stava compiendo alcun reato quella mattina e non aveva mai
fatto male a nessuno.
La strada verrà bloccata per più di cinque ore. Nel quartiere si sparge la voce
che è morto un albanese, oppure un drogato. O un drogato albanese.
A casa di Federico, alle 8 ci si accorge che il letto è vuoto. Il cellulare
squilla invano quando sul display si illumina la parola "mamma". Pochi minuti
dopo, quando è il padre a chiamare (ma sul telefonino è memorizzato col nome,
Lino), una voce imperiosa intima di qualificarsi e spiega che stanno facendo
accertamenti su un cellulare "trovato per strada". Solo verso le 11 si presenta
una pattuglia a casa Aldrovandi e annuncia il fatto con poche, pochissime,
parole. Lo zio paterno, Franco, 42 anni, infermiere, parte per l'obitorio. In
macchina gli spiegano: "Ha preso qualcosa che gli ha fatto male". Ma il viso
sfigurato, il sangue alla bocca e un'ecchimosi all'occhio destro fanno venire
troppi dubbi. Poi si saprà di due ferite lacero-contuse dietro la testa, dello
scroto schiacciato e di due petecchie - due lividi da compressione - sul collo.
"Era una furia", ripetono gli agenti e i funzionari accennando a un
comportamento autolesionistico del ragazzo. Dicono che avrebbe sbattuto la testa
al muro ma non si troveranno mai tracce di cemento sul viso, né di sangue sui
muri vicini. Lo zio e gli amici le cercheranno per giorni intorno alla pozza di
sangue davanti all'ippodromo dove "Burro" lascia una poesia dedicata all'amico
ma la polizia, così dicono i vicini di casa, gliela farà sparire pochi minuti
dopo. Dicono anche, in questura, che sarebbe stato abbandonato dai suoi amici
che, invece, respingono decisamente l'accusa. La felpa e il giubbino di quella
sera, restituiti alla famiglia, sono intrisi di sangue. Il mattinale domenicale
della questura spara subito la tesi del "malore fatale". Le indagini partono dal
medico di famiglia a cui verranno chieste notizie sul "drogato", lo stesso si
cercherà di fare con i compagni di Federico, convocati dalla narcotici e dalla
mobile e torchiati con domande da film di serie B: "Lo sappiamo che siete tutti
drogati, diteci dove comprate la roba". Anche a loro la solita versione:
Federico sarebbe stato trovato su una panchina, ucciso da uno "schioppone",
ossia da un malore. Ma il giorno dopo un giornale azzarda dei dubbi. La questura
riesce a far calare il silenzio, chiede (e ottiene) di pubblicare sotto gli
articoli sulla vicenda la storia di una maga condannata per calunnia alla
polizia. E, stranamente, le indagini d'ufficio vengono assegnate dal pm proprio
alla polizia. Vengono convocati i genitori, senza avvocato, per sentirsi
ripetere la versione dell'overdose, della gioventù bruciata ecc... Il
procuratore capo dirà perentorio che la morte non è stata causata dalle percosse
anticipando l'esito di una autopsia, allora appena disposta, e non ancora resa
nota. Anzi, per la quale è stata chiesta un'ennesima proroga.
La perizia tossicologica, però, smentisce la polizia. Dovrà essere l'autopsia a
chiarire le circostanze. Il rapporto delle volanti svela che quattro agenti sono
dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso: due sono usciti con una prognosi
di sette giorni, gli altri addirittura di 20. Ma nessuno s'è fatto ricoverare.
E' forse il primo caso nella storia della ps, di poliziotti aggrediti che non lo
sbandierano ai quattro venti. Perché? Perché non ammettere la colluttazione?
Federico si sarebbe difeso o ha aggredito? Perché usare le manette quando
esistono procedure precise per sedare persone con funzioni respiratorie
compromesse dall'uso di sostanze? Ci sono pure manganelli in questa storia. Uno
addirittura s'è rotto quella mattina, probabilmente sulla schiena, sulle gambe e
sul viso del ragazzo. I segni fanno pensare che fosse impugnato al rovescio. Il
sangue sul vialetto e sui vestiti fa pensare che le botte sarebbero iniziate a
piovere prima del luogo della morte. Forse lo inseguivano, forse urlava mentre
fuggiva. Forse è per questo che sono stati chiamati i rinforzi: un'altra volante
e una gazzella. "E' una calunnia inopportuna e gratuita. Non è neppure
ipotizzabile che sia morto per le percosse - dice ancora a "Liberazione" Elio
Graziano, questore di Ferrara - è stata una disgrazia, una vicenda penosissima,
era in stato di esagitazione. Quando i "nostri" lo fermarono morì, ritengo per
gli effetti delle sostanze. E poi ci sono i testimoni...". Già, i testimoni:
quelli che si sentono in giro sono resoconti vaghi ed evasivi di persone che
avrebbero sentito solo urla e sgommate. Ma Ferrara è una città piccola, tutti
sanno tutto. Qualcuno ha visto Federico immobilizzato, a terra, col ginocchio di
un agente puntato sulla schiena e un manganello sotto la gola mentre l'altra
mano del tutore dell'ordine gli tirava i capelli. Il ragazzo sussultava, faceva
salti di mezzo metro. A fianco a lui, una poliziotta si sarebbe vantata: "L'ho
tirato giù io, 'sto stronzo!". Così avrebbe riferito un testimone, ragazzo
sveglio e vivace, si dice, probabilmente immigrato, ma stranamente sparito di
fretta dalla città. Anche sua madre ha visto tutto e non solo lei. Gli
Aldrovandi sperano che il clamore della notizia su questo e altri giornali
faccia tornare la memoria a qualcuno.
Nei corridoi della questura, la vicenda viene minimizzata ma il blog della
signora Patrizia sta seminando preoccupazione e nervosismo. Si lascia trapelare
a mezza voce che il ragazzo fosse un tossico e la sua una famiglia
"problematica" seguita da un "prete di frontiera". Pare che anche un carabiniere
della gazzella abbia esclamato alla vista del corpo: "Ecco il solito coglione di
don Bedin!".
Domenico Bedin è il parroco di S. Agostino, prete coraggioso, fondatore di
un'associazione che aiuta poveri (italiani e no), tossicodipendenti, giovani,
migranti con o senza carte. La foto di Federico è infilata nella cornice dello
specchio nel suo ingresso della canonica. Conosce gli Aldrovandi e i loro amici,
"gente normalissima - conferma - e il ragazzo aveva un buon carattere e non era
un tossico".
La città. "La città non ha reagito - continua don Bedin - non ha mostrato
rabbia, né passione. Per i giovani è difficile trovare stimoli, sentirsi
coinvolti in un progetto. Si vive una specie di attesa degli eventi, c'è chi
viene a chiedermi informazioni ma sottovoce. La Bossi-Fini, che produce
clandestinità, ha aumentato la tensione tra chi vive per strada. Lo hanno
ammesso gli stessi carabinieri nel loro rapporto di fine d'anno". Il capo della
mobile si vanta sulla stampa dell'aumento degli arresti ma "la città è
sostanzialmente tranquilla - spiega Riccardo Venturi, uno dei legali della
famiglia - ma l'ossessione sicuritaria viene follemente pompata, si scimmiotta
Bologna con il terrore degli extracomunitari. Ma siamo una città dormitorio,
senza fabbriche ma anche senza baraccopoli, una città che vive di se stessa".
Una città che deve capire perché così tanta violenza e tante bugie contro il
ragazzo che non aveva mai fatto male a nessuno. La famiglia, sua madre è
impiegata al comune, suo padre è ispettore della polizia municipale, chiede solo
di conoscere la verità e "che la sappiano tutti, senza fango su Federico".Sulle
tv private il questore insiste: "L'intervento degli operatori è avvenuto al solo
scopo di impedire al giovane di continuare a farsi del male". Missione
fallita.>>